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Trilogia di New York, di P. Auster

New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l’obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore. Il mondo era fuori di lui, gli stava intorno e davanti, e la velocità del suo continuo cambiamento gli rendeva impossibile soffermarsi troppo su qualunque cosa. Il movimento era intrinseco all’atto di porre un piede davanti all’altro concedendosi di seguire la deriva del proprio corpo. Vagando senza meta, tutti i luoghi diventavano uguali e non contava più dove ci si trovava. Nelle camminate più riuscite giungeva a non sentirsi in alcun luogo. E alla fine era solo questo che chiedeva alle cose: di non essere in nessun luogo. New York era il nessun luogo che si era costruito attorno, ed era sicuro di non volerlo lasciare mai più.


Tutto si fa disordine. Ma le parole, come anche lei comprende, hanno la capacità di cambiare. Il problema è come dimostrarlo. Ecco perchè io ora lavoro con i più semplici mezzi possibili… talmente semplici che anche un bambino può capire quel che dico. Consideri una parola che corrisponde a una cosa: “ombrello”, per esempio. Quando pronuncio la parola “ombrello”, lei nella sua mente vede l’oggetto. Vede una sorta di bastone con alla sommità dei raggi pieghevoli di metallo facenti da telaio a un tessuto impermeabile che, una volta aperto, proteggerà la sua persona dalla pioggia. Quest’ultimo dettaglio è importante: un ombrello non è solo una cosa, ma è una cosa che svolge una funzione… in altri termini, esprime la volontà dell’uomo. Se ci riflette un poco, ogni oggetto è analogo all’ombrello in quanto svolge una funzione. Una matita serve per scrivere, una scarpa per essere calzata, un’auto per essere guidata. Ora, la mia domanda è questa. Cosa succede quando una cosa non svolge più la propria funzione? E’ sempre quella cosa, oppure diventa qualcos’altro? Se lei lacera la tela dell’ombrello, quest’ultimo è ancora un ombrello? Spiega i raggi, se li pone sopra la testa, esce sotto la pioggia e si bagna. E’ possibile persistere a chiamare questo oggetto ombrello? Generalmente, la gente fa così. Tutt’al più, arriveremo a dire che è un ombrello rotto. Per me, questo è un grave errore, fonte di tutti i disagi. Giacchè non può più svolgere la propria funzione, l’ombrello ha smesso di essere ombrello. Può assomigliargli, può pure essere un ex ombrello, ma ora si è trasformato in un’altra cosa. Tuttavia la parola è rimasta la stessa: perciò non rappresenta più la cosa. E’ imprecisa; è falsa; cela l’oggetto che dovrebbe svelare. E se non possiamo nemmeno nominare un oggetto comune, quotidiano, che teniamo nelle mani, come potremo sperare di discorrere delle cose che veramente ci riguardano? A meno che non cominciamo ad assimilare il concetto di cambiamento nelle parole d’uso, continueremo ad essere perduti.

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Pastorale Americana, di P. Roth

C’erano otto, dieci, dodici famiglie di immigrati sparse in tutto Down Neck alle quali Lou Levov distribuiva le pelli e i suoi disegni, napoletani che avevano fatto i guantai nel loro paese, e i migliori dei quali finirono per andare a lavorare nella prima sede della Newark Maid appena lui ebbe i soldi per l’affitto del piccolo solaio in West Market Street, all’ultimo piano della fabbrica di sedie. Il vecchio nonno italiano, o il padre, tagliava le pelli sul tavolo da cucina,con il brassetto, le forbici e il coltello a piquè portato dall’Italia. La nonna o la madre cucivano, e le figlie davano il tocco finale stirando il guanto, alla vecchia maniera, con le forme scaldate in una scatola messa sopra la panciuta cucina economica. Le donne lavoravano su antiche Singer, macchine ottocetensche che Lou Levov, che aveva imparato a rimontarle, aveva comprato per una miseria e riparato con le proprie mani; almeno una volta la settimana gli toccava di andare, la sera, fino a Down Neck e di passare un’ora a rimettere in sesto una macchina. Altrimenti, giorno e notte, batteva il New Jersey con i guanti fatti dagli italiani, vendendoli prima dal baule della macchina, in una via del centro, e col tempo direttamente ai negozi di abbigliamento e ai grandi magazzini, che furono i primi grossi clienti della Newark Maid. Era in una piccola cucina a meno di un chilometro da dove si trovava in quel momento che lo Svedese aveva visto, da ragazzo, un paio di guanti tagliati dal più vecchio dei vecchi artigiani napoletani. Gli pareva di riuscire a ricordare di essersi seduto sulle ginocchia di suo padre mentre Lou Levov assaggiava un bicchiere di vino fatto in casa e davanti a loro un tagliatore, di cui dicevano che aveva cent’anni e che aveva fatto i guanti per la Regina d’Italia, sbordava una pelle con una mezza dozzina di colpetti del filo smussato del suo coltello a piquè. – Guardalo, Seymour. Vedi com’è piccola la pelle? La cosa più difficile del mondo è tagliare una pelle di capretto. Perché è così piccina. Ma guarda come fa. Tu sei davanti a un genio e davanti a un artista. Il tagliatore italiano, figliolo, è sempre più artistico nella sua concezione. E questo è il migliore di tutti -. A volte c’erano delle polpette che friggevano nella padella, e lui si ricordava di uno dei tagliatori italiani, che diceva sempre,con aria soddisfatta: - Che bellezza… - che, quando gli faceva una carezza sulla testa bionda, lo chiamava “piccirillo”, gli aveva insegnato a tuffare il fresco e sodo pane italiano in una pentola di salsa di pomodoro. Per piccolo che fosse il cortile, là dietro, c’erano delle piante di pomodoro, e una vite e un pero, e in ogni famiglia c’era sempre un nonno. Era lui che aveva fatto il vino e al quale Lou Levov diceva, in dialetto napoletano e con quello che riteneva il gesto appropriato, l’unica frase italiana completa del suo repertorio: - ‘Na mano lava n’ata, - “Una mano lava l’altra”, quando posava sulla tela cerata i biglietti da un dollaro per il lavoro della settimana. Poi il ragazzo e suo padre si alzavano da tavola con il prodotto finito e tornavano a casa, dove Sylvia Levov esaminava ogni guanto, e con una forma studiava meticolosamente ogni cucitura di ogni dito e ogni pollice di ogni guanto.

Photo
basterebbe questa vista…

basterebbe questa vista…

(Fonte: intr0duced, via hollywoodparty)

Photoset

nythroughthelens:

Winter storm Nemo in New York City. Blizzard set of photos from the Lower East Side to Times Square.


My entire set of photos is up here on my Flickr (there are around 40 photos including a lot more of Times Square in the snow):


Winter Storm Nemo - New York City - Blizzard 2013


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I live for snowstorms in New York City. So you can just imagine how bummed I was last winter season when we barely got any snow. Growing up in New York City, I remember quite a few blizzards and its with fond nostalgia that I always wish for at least one great snowstorm during the winter. New York City is extra beautiful when covered in a blanket of freshly fallen snow.


When I heard that winter storm Nemo (also known as the Blizzard of 2013, February snowstorm and other terms) was going to deliver some gorgeous white flakes from the sky I was more than ready for it. The photos in this set are not edited the way I would normally edit them. I just basically imported them into Lightroom and adjusted some contrast in a few cases from the RAW files. I will most likely go through the photos here plus others that I am not posting and give them the Vivienne treatment at some point. I am just floored at how incredible it was to shoot the snow with the Sony a99. I did go out of my way to protect it despite it being weather-sealed since it isn’t technically my camera and since my lenses also needed protection. I must have been quite a sight in my ski-mask, enormous scarf, giant winter boots and a camera covered in plastic. :) It seemed like I had an easier time shooting in this snowstorm than in the two blizzards that I took photos in back in 2010 and 2011. I think it’s because the wind was far more manageable and because I was out before the blizzard hit with full force. While the snow was heavy, the winds were easy to deal with in some respects since the gusts were few and far between.


I decided to walk from where I live on the Lower East Side all the way to Times Square since I do this particular walk frequently and know all of the spots I have always wanted to capture in the snow. I had a blast! The wind did get stronger and stronger as I got closer to Times Square and by the time I made my way home it was full-on blizzard conditions so I think I went at the optimal time. I somehow managed to take photos in the East Village, around Union Square, Chelsea (in truth, I had really hoped that the Empire State Building would be visible but it was completely hidden by the snow and lack of visibility), 5th Avenue, Midtown, the New York Public Library on 42nd Street and 5th Avenue, Bryant Park (which was absolutely ethereal in the snow) and finally Times Square.


And so, the photos here are pretty much almost straight out of the camera save for a few tweaks to levels, no fancy tinkering (but I can’t wait to do so!). And now that I have consumed more hot chocolate than I anticipated, I am off to dream about snow.


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View my photography portfolio and store, email me, or ask for help.

Photo
humansofnewyork:

The Dance Lesson 

humansofnewyork:

The Dance Lesson 

Photo
philmfotos:

When Harry Met Sally (1989)
Posted by: @Moloknee

BUON NATALE !

philmfotos:

When Harry Met Sally (1989)

Posted by: @Moloknee

BUON NATALE !

Video

quando il buon vecchio Macaulay Culkin faceva abuso solo di dolci natalizi

Photo
up

up

(Fonte: banfred, via warmsugarvanilla)

Photoset

night life

bbook:

dark city

Photoset

“guerrieri, giochiamo a fare la guerra?! guerrieriiiii giochiamo a fare la guerra?!” cit.

(Fonte: george0malley, via brain-food)

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scene da film al posto giusto !

philmfotos:

The Warriors (1979)
Posted by: @Moloknee

scene da film al posto giusto !

philmfotos:

The Warriors (1979)

Posted by: @Moloknee

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Postcard from NY.

Postcard from NY.

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Empire State - etatS eripmE

Empire State - etatS eripmE

Quote
"Quella sera sul palco, sotto quel teschio, mi sono sentito incredibilmente vicino a ogni cosa nell’universo, ma anche straordinariamente solo. Per la prima volta in vita mia mi sono chiesto se la vita valeva tutta la fatica che serve per vivere. Perchè, esattamente, valeva la pena di vivere? Che c’è di così orrendo nell’essere morti per sempre e non provare niente, non sognare nemmeno? Che c’è di così fantastico nel provare sensazioni e far sogni?
Jimmy mi ha messo la mano sotto la faccia.
“Eran qui quelle labbra che ho baciato non so quante volte. Dove sono ora i tuoi lazzi? Le tue capriole? Le tue canzoni?”.
Forse è stato per quello che era successo in quelle dodici settimane. O forse è stato perchè quella sera mi sentivo così vicino e solo. Sta di fatto che non potevo rimanere MORTO.

IO: Ahimè, povero AMLETO [prendo in mano la faccia di Jimmy Snyder] Io lo conobbi, Orazio.

Jimmy Snyder: Ma Yorick… tu sei soltanto… un teschio.

IO: E allora? Me ne frego. Vaffanculo.

Jimmy Snyder: [sottovoce] Questo nel copione non c’è. [guarda per cercare aiuto verso Mrs Rigley, che è in prima fila e sfoglia il copione. Lei con la mano destra disegna cerchi nell’aria, che è il simbolo universale per: “Improvvisa”]

IO: Io lo conobbi, Orazio: un coglione di infinita stupidità, un eccellentissimo masturbatore nel cesso dei maschi al primo piano: ho le prove. In più è dislessico.

Jimmy Snyder: [Non gli viene in mente niente da dire]

IO: Dove sono i tuoi lazzi? Le tue capriole? Le tue canzoni?

Jimmy Snyder: Ma cosa dici?

IO: [La mano alzata verso il segnapunti] Mangia il mio merdaiolo, dolce principe.

Jimmy Snyder: Eh?

IO: Sei colpevole di avere maltrattao i più deboli: di avere reso la vita quasi impossibile a sfigati come me e Dentifricio e il Minch, di avere fatto l’imitazione dei ritardati mentali, di tirare scherzi telefonici a persone che di telefonate non ne ricevono quasi mai, di aver terrorizzato animali domestici e anziani (i quali tra parentesi sono più intelligenti di te e ne sanno di più), di avermi preso in giro solo perchè ho un amico micio… E ti ho anche visto buttare le cartacce per terra.

Jimmy Snyder: Non faccio mai scherzi telefonici ai ritardati.

IO: E poi sei stato adottato.

Jimmy Snyder: [cerca fra il pubblico i suoi genitori]

IO: E nessuno ti vuole bene.

Jimmy Snyder: [I suoi occhi cominciano a riempirsi di lacrime]

IO: E soffri di sclerosi laterale amiotrofica.

Jimmy Snyder: Eh?

IO: A nome dei morti… [mi tolgo il teschio dalla testa. Anche se è di cartapesta, è sempre molto duro. Sbatto il teschio contro la testa di JIMMY SNYDER, prima una volta e poi un’altra. Lui cade a terra, dato che è svenuto, e non riesco a credere a quanto sono forte. Lo colpisco ancora alla testa, con tutte le forze, e comincia a uscirgli sangue dal naso e dalle orecchie. Ma non provo nessuna compassione. Voglio che sanguini perchè se lo merita. Nient’altro ha senso. Papà non ha senso. Mamma non ha senso. Il pubblico non ha senso. Le sedie pieghevoli e la nebbia della macchina per fare la nebbia non hanno senso. Shakespeare non ha senso. Le stelle che, come so, stanno dall’altra parte del soffitto della palestra non hanno senso. L’unica cosa che ha senso, al momento, è spaccare la faccia a JIMMY SNYDER. Il suo sangue. Gli spacco una parte dei denti nella bocca, e credo che gli finiranno dritti in gola. C’è sangue dappertutto, copre tutto. Continuo a sbattere il teschio contro il suo teschio, che è anche il teschio di RON (per aver permesso alla mamma di rifarsi una vita), e il teschio della mamma (per essersi rifatta una vita), e il teschio di papà (per essere morto), e il teschio della nonna (perchè mi ha messo in imbarazzo così), e il teschio del dott. Fein (per aver chiesto se dalla morte di papà poteva venire anche qualcosa di buono), e i teschi di tutti quelli che conosco. Il pubblico applaude, tutto il pubblico, perchè sto facendo una cosa sensatissima. Mi stanno tributando un applauso a scena aperta, tutti in piedi, mentre lo colpisco, e lo colpisco ancora. Li sento gridare]

IL PUBBLICO: Grazie! Grazie, Oskar! Sei tutti noi! Ti proteggeremo!

Sarebbe stato forte.
Ho guardato il pubblico dal teschio, con la mano di Jimmy Snyder sotto il mento. “Ahimè, povero Yorick.”
Ho visto Abe Black e lui ha visto me. Sapevo che ci stavamo dicendo qualcosa con gli occhi, ma non sapevo cosa, e non sapevo se mi interessava."

Molto Forte, Incredibilmente vicino - Jonathan Safran Foer